La stagione del Premio Riccione, una ribalta per gli autori emergenti
La Stagione del Premio
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fax: 0541/475816
Sabato 15 dicembre 2007 ore 11- ingresso libero
Rimini, Teatro degli Atti - Via Cairoli, 42
IL SAPORE DEL GOAL - PALERMO VS. RIMINI 1 A 1
Roberto Naccari affronta Davide Enia sul mondo del pallone
Viene battuto un calcio d’angolo e la palla, sapìddu come, sapìddu perché, termina giusto giusto la propria corsa nel petto benedetto e villoso di Paulo Roberto Falcao… e tra pallone di cuoio e giocatore brasiliano parte una irrefrenabile e irresistibile: samba… e ballano insieme: Falcao e ’a palla… ballano… che proprio là, proprio nella danza col pallone ’u capisci ’u perché i brasiliani sono accussì ballerini… hanno nei piedi la memoria delle dune dell’Africa, delle irregolarità del terreno di gioco africano… è meglio allora il gioco volante: il palleggio, i passaggi al volo senza che la palla tocchi mai terra… il corpo: non inganna, il terreno irregolare: sì… e poi, da dei piedi un tempo stati schiavi e incatenati: come non pretendere che raggiunta la libertà non danzino felici?... danza Falcao, danza… la palla sul suo petto… ma per quanto erotico sia il momento del ballo: ballare non è l’obiettivo del gioco… non ora almeno. Ora: ficcare ’u pallone in rete, si deve. Ora: ragionare e agire al meglio, si deve. Ora: salutare la compagna di ballo, si deve. E Paulo Roberto Falcao sussurra alla palla compagna di samba un dolcissimo seppur malinconico “addio” e la lascia scivolare lungo il proprio corpo… lenta e soave scivola la palla… passa eroticamente troppo vicino al bacino… troppo… indugia un tempo che pare quasi infinito… lei accussì vicina al suo bacino brasileiro… ma è un fremito, un battito d’ali: la corsa continua e comunque sempre troppo corta sarà la gamba del mio amato… “ciao amore ciao”…
Davide Enia, Italia – Brasile 3 a 2
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Bruno Pizzul su come raccontare il calcio
ACCA È possibile assimilare una radio-telecronaca calcistica ad un vero e proprio racconto? E se sì, quali sono le capacità che bisogna attivare per poter raccontare con pathos lo svolgimento di una partita?
PIZZUL Il pathos è, in effetti, il grande dilemma, perché credo di poter dire che qualunque sia la metodica di racconto prescelta dal radio-telecronista, lo schema fondamentale resta quello dell’affabulazione. La partita è un evento, una storia che si svolge, e che va quindi raccontata. Difatti gli schemi sono proprio quelli dell’affabulazione. All’inizio c’è la descrizione ambientale, la presentazione dei personaggi attraverso la lettura delle formazioni, e poi il tutto si scandisce secondo una ritualità abbastanza ripetitiva. È chiaro poi che a livello comunicativo gli schemi possono cambiare. Una volta, soprattutto prima che intervenisse la televisione, il radiocronista doveva essere anche un grande evocatore, perché doveva raccontare l’ambiente, il clima, i colori, e via dicendo. Con la televisione, il sussidio delle immagini ha reso un po’ superflua la descrizione ambientale. Però credo che, tutto sommato, una delle funzioni principali del radio-telecronista sportivo sia quello di dare comunque l’impressione di partecipare anch’egli emotivamente all’evento. Perché se andiamo a interpretare da un punto di vista esclusivamente razionale, una partita di calcio – e lo sottolineano sempre quelli che non sono appassionati – è qualcosa di abbastanza sciocco: sono ventidue in mutande che rincorrono un pallone nel tentativo di buttarlo in rete. Il tutto viene vivificato proprio dalle implicazioni di carattere emotivo suscitate, e pertanto anche chi racconta la partita deve dimostrare di essere compartecipe di questo stato emotivo del tutto particolare. Ed è molto difficile calibrare il momento del racconto: deve essere aderente al fatto che si racconta e al tempo stesso essere condito con un minimo di epos, proprio per sottolineare che anche colui che racconta è coinvolto soprattutto in un circuito di carattere emotivo. Il fatto che le partite vengano riprese, nella moderna comunicazione televisiva, da un numero esorbitante di telecamere, implica una frammentazione piuttosto evidente del racconto per immagini, che non può non comportare a sua volta un modo di raccontare la partita anche attraverso le parole. Il racconto attraverso la parola è un po’ differente da quello per immagini, che non si adatta bene agli schemi collaudati, quando il racconto era invece affidato a una sola voce, specialmente il racconto radiofonico.
ACCA Potremmo dire, quindi, ancora una volta in termini teatrali, che esiste una sorta di canovaccio…
PIZZUL Sì, che poi viene interpretato, raccontato in una determinata maniera, perché inevitabilmente, anche se ogni partita e ogni singola azione sono sempre diverse dalle altre, tuttavia il filone è abbastanza ripetitivo, quasi rituale. C’è sempre la stessa gestualità, che può essere più o meno apprezzabile da un punto di vista estetico, però il calcio è ripetizione di una gestualità. Questo comporta anche una certa difficoltà nel comunicarlo attraverso il linguaggio, proprio perché si corre il rischio di essere estremamente ripetitivi anche in chiave lessicale.
ACCA Guardando, dunque, al passato e al presente, che tipo di evoluzione ha avuto la figura del radio-telecronista? Quali sono stati gli scarti evidenti nel raccontare una partita?
PIZZUL Mi pare di poter dire che anche il metodo di comunicazione verbale ha finito per essere pesantemente influenzato dalla diversificazione del linguaggio per immagini. Noi abbiamo dei parametri di riferimento abbastanza interessanti: quando, per esempio, rivediamo la riproposizione televisiva di una partita (e succede frequentemente: come la famosa Italia-Germania 4 a 3 dei mondiali del Messico), abbiamo subito la sensazione che quella televisione fosse ancora primordiale, una televisione che muoveva i primi passi: immagini in campo lungo, giocatori come formichine, e via dicendo. Dopo un po’, invece, abbiamo la sensazione che quel tipo di ripresa televisiva consentisse una visione più omogenea della partita, che avviene fra due squadre di calcio, fra due collettivi. Mentre oggigiorno, con il numero spropositato di telecamere a disposizione, il singolo regista si preoccupa soprattutto di confezionare un buon prodotto televisivo, una “good television”, e quindi propone una raffica di immagini che costituiscono una specie di mosaico, fatto da tanti piccoli tasselli, ma che non consente di verificare attraverso il teleschermo lo svolgimento della partita nella coralità della sua manovra. E naturalmente tutto questo è determinato dal fatto che i registi televisivi sono tutti di formazione cinematografica e quindi sono più attenti alla calligrafia dell’immagine che alla descrizione dell’evento.
Questo comporta anche per il telecronista la necessità di adattare il proprio linguaggio a queste immagini così frammentarie, così sminuzzate. Quindi il racconto diventa necessariamente meno fluente e più orientato a cercare di seguire i ritmi ossessivi proposti dalle immagini. All’inizio c’era invece il radiocronista, ma anche il primo telecronista aveva la tendenza a un racconto meno enfatizzato, ma soprattutto meno spezzettato, più ad ampio respiro.
ACCA Anche questo rientra in quel processo che lei ha definito di “razionalizzazione”, perché la regia televisiva tende ad aderire il più possibile all’evolversi dell’evento in tempo reale?
PIZZUL Esatto, c’è il tentativo di raccontare anche il gioco attraverso uno schema di carattere quasi logico. Si vuole la precisione assoluta. Anche la ricerca degli strumenti per evitare la fallibilità arbitrale finisce per risolversi in un tentativo di razionalizzare al massimo un gioco che, proprio perché gioco, ha anche nell’irrazionalità, nell’imprevedibilità il suo fascino maggiore. Proprio a partire dall’assunto iniziale che il calcio, e lo sport in genere, è soprattutto una fabbrica di emozioni, credo che questo volerlo ridurre entro schemi logici che dovrebbero essere sempre assolutamente certi, finisca per tradire lo spirito del gioco stesso.
estratto da: EPOS E PATHOS: RACCONTARE IL CALCIO, Una conversazione con Bruno Pizzul, a cura di Fabio Acca
in “Prove di Drammaturgia”, Rivista di inchieste teatrali, Anno XI, numero 2, dicembre 2005
www.muspe.unibo.it/period/ppd/index
Università degli Studi di Bologna, Dipartimento di Musica e Spettacolo, CIMES Centro di Musica e Spettacolo